L’ALABASTRO materia delicata e affascinante per opere d’arte candide e trasparenti. Storia, origini, estrazione, lavorazione e storia dell’Alabastro in Toscana. L’ECOMUSEO dell’alabastro di Castellina Marittima.

tale dal corno che ’n destro si stende
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
né si partì la gemma dal suo nastro,
ma per la lista radial trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

Dante Alighieri
Commedia, Paradiso XV 19-24

L’alabastro nella letteratura

Dante Alighieri cita l’alabastro nel quindicesimo canto del Paradiso, dove incontra il suo avo Cacciaguida, rappresentandolo simile ad una stella cadente che d’improvviso attraversa il cielo, ma nessun astro diparte “dal suo nastro”.

Il Sommo Poeta rappresenta il beato Cacciaguida, come un’anima che vive su di una grande croce e si muove su di essa, proprio come una fiamma che traspare dietro una parete di alabastro.

Quindi Dante usa l’alabastro per rappresentare la trasparenza, quella purezza che consente alla luce di passarvi attraverso.

È l'alba di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.G. Doré, La croce dei beati

È l’alba di giovedì 14 aprile (o 31 marzo) del 1300.
G. Doré, La croce dei beati

Ma non è solo Dante ad utilizzare l’immagine pura e delicata dell’alabastro. Anche Francesco Petrarca nel Canzoniere (325), quando parla della sua amata Laura …

Muri eran d’alabastro, e ’l tetto d’oro,
onde ’l primo sospiro
mi giunse al cor, et giugnerà l’extremo:
Inde i messi d’Amor armati usciro
d’avorio uscio, et fenestre di zaffiro,

… ponendo l’alabastro (e non il marmo) insieme a materiali unici e preziosi come l’oro, lo zaffiro e l’avorio.

Il Petrarca teme che le parole umane non fossero degne per lodare le virtù divine della sua amata Musa Laura, quindi usa una visione allegorica, descrivendo un palazzo ideale fatto di elementi preziosi (alabastro, oro, avorio e zaffiro), simbolo della purezza e della nobiltà interiore della donna.

Insieme a questi due grandi poeti ce ne sono molti altri che usano questo traslucido e opalescente materiale come metafora per i loro scritti. Lo troviamo in Pietro l’Aretino, che paragona due colonne d’alabastro alle gambe di una splendida donna, e più tardi anche l’Anonimo Romano, nella sua Cronica ci informa che

«la campana dello legato àbbero li Eremitani, la nobilissima cona dello aitare li frati predicatori de santo Domenico, la quale ène de alabastro, opera pisana, valore x milia fiorini. La campana cerchiata d’aoro, la quale ardeva nello coro dello legato àbbero li frati menori».

Ma anche Gabriele D’Annunzio, nei suoi “Versi d’amore” (Libro II, II), usa l’alabastro per rappresentare la bellezza di una donna …

Vuoi tu mia vergine, che sotto l’aurea
punta le doriche tue forme splendano
ne l’alabastro rosa
di un sonetto purissime?

… e ancora nei versi “Le Mani” (verso 30) ci parla di “mani alabastrine”, mentre nella poesia “I poeti” (verso 13-18), associa nuovamente, alla maniera di Dante, l’alabastro agli astri:

Nativa è la memoria
in noi, dei fiori ardenti su dai cavi alabastri
come tangibili astri,
dei misteri veduti,
degli amori goduti,
degli aromi bevuti.

Quindi l’alabastro ha ispirato poeti e scrittori che lo hanno rappresentato come materia pura, immacolata e materia per beati e Muse.

Che cos’è l’alabastro

Ma in realtà che cos’è l’alabastro e da cosa si differenzia rispetto al marmo. La risposta è molto semplice: il marmo è una roccia metamorfica dura composta da carbonato di calcio cristallino, mentre l’alabastro è una roccia sedimentaria evaporitica molto più tenera e traslucida, formata da solfato di calcio bi-idrato (alabastro gessoso) o calcitica da carbonato di calcio (alabastro calcareo).

Ambedue sono materiali lapidei ma, mentre il marmo nasce da rocce calcaree sottoposte a forte calore e pressione nel sottosuolo per milioni di anni, l’alabastro si forma per precipitazione chimica in tempi geologici più brevi.

Il marmo è una pietra dura (ha durezza fra 3 e 4 nella scala di Mohs), abbastanza resistente agli agenti atmosferici e difficile da scalfire, ideale per sculture, grandi opere, rivestimenti e pavimenti.

L’alabastro invece è molto tenero, si può graffiare con le unghie (ha durezza 2 nella scala di Mohs) e si lavora con facilità per creare piccoli dettagli, ma è fragile e teme l’acqua.

L’alabastro è di colore bianco-avorio, giallo miele o venato, con un effetto ceroso e semi-trasparente, è inoltre poroso e non è adatto per contenere acqua. L’alabastro calcareo è diffuso in oriente mentre quello gessoso, che è il più comune in Italia, ed in particolare in Toscana ed è lavorato fin dal tempo degli Etruschi.

Quindi ci sono diversi tipi di alabastro, ed in particolare, dai giacimenti della Toscana venivano estratti alcune tipologie che sono state così classificate:

  • Il bianco statuario detto “della Castellina”, un alabastro purissimo, opalino, semitrasparente con la delicata caratteristica di certi vetri smerigliati, lievemente zonato come un marmo onice, solo raramente dotato di un tenue reticolo bianco opaco; per la sua purezza può paragonarsi, a parte la diversa natura, ai marmi statuari più candidi e raffinati;
  • Alabastro opalino o “Scaglione della Castellina” differente dal primo per la presenza di lievi venature tendenti a conferire alla pietra tocchi di peculiare bellezza e squisitezza.

Sebbene il tipo di alabastro più pregiato sia stato estratto dai giacimenti che oggi sono nei comuni di Castellina Marittima e Santa Luce, vi sono anche alabastri conosciuti che provengono dalle colline di Volterra e che compongono una gamma estremamente ampia e differenziata di varietà naturali come:

  • Bardiglio brizzolato con fondo bianco avorio e macchie fantasia simili ad arabeschi color grigio nero, a volte rossiccio;
  • Bardiglio rigato con larghe striscie agata bionde e bardigliate;
  • Alabastro giallo, molto raro, che possiede una ricca fantasia tra il giallo limone e l’arancio intenso;
  • Pietra a marmo che si avvicina molto, non solo per l’aspetto esteriore ma anche per la sua struttura molto compatta al marmo, con un fondo bianco sub-trasparente e sottile e diffuse spennature che a volte si risolvono in tenere ombreggiature grigio chiaro appena avvertite, altre volte prediligono qualche tono più chiaro prevalentemente orientato verso le gradazioni del verde e del rossiccio.

L’alabastro ha una storia antica che risale alla coltura di Micene, degli Assiri e dei Fenici, perché questa pietra, rispetto al marmo, si prestava meglio a lavorazioni fini e anche di piccole dimensioni, grazie alla sua consistenza più tenera che lo rende più adatto alla produzione di ornamenti e decorazioni.

Ma con l’alabastro sono state prodotte anche opere monumentali, come urne cinerarie e ornamenti per tombe, soprattutto in epoca etrusca, che tuttora sono splendidamente conservate in molti musei archeologici come il Museo Guarnacci di Volterra, quello Archeologico di Firenze, al Museo Vaticano, al Louvre di Parigi ed al British Museum di Londra.

Talvolta l’alabastro veniva colorato, grazie alla sua struttura quasi spugnosa che assorbiva in modo eterogeneo i colori grazie alle venature e differenti consistenze della materia, rendendo l’opera finita un gioiello di varia bellezza.

La storia dell’alabastro in Toscana e a Castellina Marittima

Nel Dizionario Geografico-Storico della Toscana, compilato da Emanuele Repetti fra il 1832 e il 1846, si trova spesso citato l’alabastro, sia come luoghi di estrazione e lavorazione, sia come ritrovamenti archeologici in molte aree della Regione.

Il Repetti cita

  • l’Abbazia di Sant’Antimo a Montalcino, “Intorno alla tribuna tra un semicircolo di colonne sono gli altari; tutto lavoro e pietre di candido alabastro calcare
  • Bibbona: “Il territorio qui sopra delineato, quantunque nella massima parte consista in pianura, ha tra questa e la sommità del poggio al Pruno il monte e la collina. Quello montuoso appartiene in gran parte al terreno calcareo compatto, fra cui sorgono grandi masse serpentinose che ne costituiscono la parte più eminente ed il suo dorso attraversano: mentre i fianchi inferiori del monte sono coperti da brecce siliceo-calcaree, da gessaje alabastrine e da un tufo conchigliare marino, del quale ultimo sonopure formate le colline intorno a Bibbona.”
  • Capalbio: “L’origine di questo paese, il cui nome sembra derivare dai candidi alabastri che ricuoprono i fianchi del suo poggio, si nascondono nell’oscurità dei secoli anteriori al mille.”
  • Castel del Piano: Nella chiesa dell’Opera, detta della Madonna nuova, fu trasportata nel 1787 la prepositura de’SS. Niccolò e Lucia. È ricca di stucchi e di marmi, fra i quali abbondano i peperini del luogo e i belli alabastri bianchi e variegati che somministra il vicino paese di Castelnuovo dell’Abbate.
  • Castellina Marittima: “Rispetto alla qualità delle rocce dominanti in questa Comunità, esse variano di struttura, di elementi e di formazione quasi ad ogni spanna, comecchè dal lato di maestro lungo il torrente Marmolajo preponderi la calcarea-argillosa, tra cui emergono, oppure si nascondono, da un lato le rocce serpentinose e dall’altro l’alabastrite.”

E ancora. “Di questa stessa qualità è il monte della Verruca fra la Castellina e le Badie, mentre l’alabastrite si escava fra i torrenti Pescera e Marmo lajo, un miglio circa a ponente del capoluogo. Sonovi diverse cave più o meno estese, alcune delle quali tracciate orizzontalmente disposte a gallerie da lunga mano abbandonate, altre verticali e profonde in attuale lavorazione. È nelle rilucenti pareti di quest’ultime sostenute da pilastri della stessa roccia dove si manifesta più apertemente la disposizione e giacitura dell’alabastrite (solfato di calce), di cui sono formate. Allorchè, onorato dalla compagnia di generoso cavaliere cultore delle scienze naturali, potei visitare nel dì 1 maggio 1832 queste cave, mi parve di vedere il terreno marnoso che le nasconde disposto per strati diretti da levante a ponente con un’inclinazione di circa 25 gradi da settentrione a ostro e con la testata volta a grecale.

Simili strati sono più o meno attraversati da filoni di varia potenza e direzione consistenti in solfato di calce laminare e gessoso. Tali filoni, piuttosto che strati, si presentano in forma di cono, i quali si assottigliano in guisa che vanno a perdersi fra la roccia marnosa.

L’alabastro traslucido (solfato di calce gessoso) trovasi costantemente racchiuso fra i suddescritti filoni in forma di nodi o di rognoni, nodi, che i cavatori con giusta espressione chiamano ovoli, dall’assomiglianza della loro figura con quella del fungo di tal nome, e che restano subalterni al gesso cristallizzato, volgarmente detto specchio d’Asino (solfato di calce laminare).

La quale ultima varietà di gesso suol comparire costà o sotto forma di cristalli nitidissimi e lucenti, oppure misti a una terra cretosa di color grigio, che gli rende sudici e semi-opachi. Allora quando il gesso perde l’aspetto laminare e diviene granoso, è uno dei segnali più sicuri ai cavatori per dirigere i loro lavori, onde estrarre dalle viscere di quel terreno i rognoni di alabastro. Escavati questi e rimondati che siano dall’intonaco cristallino e terroso, si spediscono a Volterra e all’estero per le vie di Livorno o di Montecatini di Val di Cecina.

Né io credo che debba tacersi per la storia fisica di questo territorio una sorgente di acqua tartarosa che limpida e copiosa scaturisce nei poggi superiori alle cave di alabastro presso un borghetto vicino alla Castellina.

[…]

la libera estrazione dalla Toscana dell’alabastro greggio, sono altrettante cause che possono aver influito finora alla prosperità di questo paese e della sua popolazione quasi triplicata nel breve giro di 40 anni.

  • Chiusdino (SI): “Di un’acqua acidula solforosa fredda nei contorni del Castelletto Mascagni, e di certe zolfatare lungo il fosso Cona sotto la chiesa del Castelletto, fu fatta menzione dal Targioni nella relazione dei suoi Viaggi; ed il Santi aggiunse, che non una sola, ma più sorgenti di simili acque pullulano per lungo tratto del fosso Cona, sulla ripa destra del quale esiste una rupe di alabastrine (solfato di calce) adoprata nel paese per fare gesso.
  • Libbiano in Val di Cecina: “Ma cotesto paese figura assai più nell’istoria naturale per le cave di zolfo, per le gessaie, per l’alabastro, per il vetriolo verde e per altre produzioni minerali che si nascondono sotto la superficie del suo poggio serpentinoso, il quale sembra emerso di mezzo ad un terreno terziario marino sparso per ogni intorno di evaporazioni mofetiche.”
  • Manciano: “Dal lato poi di scirocco della Terra di Manciano tornano ad affacciarsi le rocce di alberese, di macigno e di schisto marnoso più o meno fissile, non di rado state alterate e convertite in una specie di galestro, e talvolta interrotte e coperte da potenti banchi di breccia silicea di vario colore e da strati di alabastrite, (solfato di calce) i quali affanciansi specialmente alla base occidentale del poggio di Capalbio.
  • Moje (Muriae) o Saline Volterrane in Val di Cecina (Sale delle Moje = Salamoie): “Il terreno di coteste pendici, siccome avvertiva Giovanni Targioni-Tozzetti, mostrasi per lo più composto di strati tortuosi ed ondeggianti di solfato di calce (gesso, alabastro), confermati in tanti arnioni, o botriti. Vi ha poi tutta l’apparenza, soggiungeva egli (e ciò fu poi constatato dal Salvi), che sotto i filoni d’alabastro sieno nascosti de’ filoni di sal gemma, sopra de’ quali passando le acque e disciogliendone porzione, acquistare debbano la salsedine che quei filoni portano seco fin dove comparisce alla luce in forma di Moje.
  • Querceto di Monte Catini in Val di Cecina: “Tali sono l’Alabastro bianco, il Calcedonio del poggio delle Signore e della Sterza, l’Amianto e Galattite di varie qualità, la Lavagna bigia e turchina, ecc.
  • Spicchiajola in Val d’Era: “Cotesto luogo prese probabilmente il nomignolo di Spicchiajola dalla frequenza de’ cristalli di specchio d’asino (solfato di calce) che a breve distanza da Spicchiajola di mezzo alle biancane, o crete marnose cerulee, s’incontrano poco lungi dai massi di solfato di calce gessoso (alabastro).
  • Volterra: “«Non sa cosa sia etrusca antichità figurata (diceva il veronese Marchese Maffei) chi non è stato a Volterra». Cotesto museo ebbe il suo principio nel 1731. Più tardi il magistrato civico fece acquisto di varie urne cinerarie di alabastro scoperte nelle pendici settentrionali della città.

[…] Ma la Marna cerulea che serve di letto al tufo siliceo calcare se da un canto obbliga gl’ ingegneri a stare in guardia sulle località soggette a franare, somministra dall’altro canto una qualche ricompensa nelle rocce subalterne che nelle viscere nasconde. Tali sono dal lato specialmente di settentrione gli alabastri (solfato di calce) di Spicchiaiola e di Ulignano, tali i depositi di travertino (carbonato di calce concrezionata) di Pignano; mentre dal lato opposto della montagna sotto la calce solfata alabastrina scaturiscono lungo la Cecina le copiose Moje Regie, mediante numerosi pozzi di acqua salsa delle saline nuove e vecchie.

Rispetto ai prodotti manifatturati della Comunità di Volterra un’estesa descrizione ne fu data dal prenominato Carlo Martelli nell’opuscolo di sopra lodato; e dirò con lui, che a due si riducono le principali manifatture proprie di cotesta Comunità, oltre a quella recentissima sebbene minore del ramajo; cioè, ai lavori dell’alabastro ed alla fabbricazione del sale comune delle sue Moje.

[…] In quanto alle manifatture di alabastro, che esse principiassero costà al tempo degli Etruschi, non ne lasciano dubbio i numerosi ipogei del civico museo; ma coteste manifatture in seguito per molti secoli cessarono e solamente si torna a ritrovare urne storiate ed alcune statue scolpite nella pietra tufacea di grana fine (lumachella) sulla fine del sec. XV e nel successivo.

Uno sviluppo assai maggiore nell’arte degli alabastri volterrani si è mostrato da mezzo secolo in qua, specialmente in vasi, colonnini, tavole a colori ed in lavori di ornato, che ognora vanno raffinandosi mercè gli studj del disegno producendo un ramo di commercio per gli artisti di questa città.

Dallo specchio della manifattura degli alabastri di Volterra, preso dal citato scrittore all’anno 1840, si rileva, che otto sono le località, comprese nelle pendici di Volterra dove esistono le cave principali dell’alabastro, ed ivi si aggiunge, che 141 erano in quell’anno i lavoratori, e che a lire 79830 calcolavasi il capitale sborsato.

Nell’ultimo volume (VI) del citato Dizionario del Repetti, nella Tavola V, Sinottica delle manifatture principali esistenti nel 1846 nel Granducato, .si trovano anche alcune manifatture relative all’alabastro, riportate qui di seguito:

ALABASTRI della Castellina Marittima e di Castelnuovo dell’Abate“ (anno 1846)

  • località dove si lavorano: Volterra – proprietario: varj – prodotto annuo: vario
  • località dove si lavorano: Pisa – proprietario: varj – prodotto annuo: vario
  • località dove si lavorano: Firenze – proprietario: varj – prodotto annuo: vario
  • località dove si lavorano: Montalcino – proprietario: Tamanti – prodotto annuo: Quasi nullo

Nota: L’alabastro di Castelnuovo dell’Abate non è come gli altri un solfato, ma un carbonato calcareo bianco, e colorato ad onde consimile all’orientale.” (da Repetti)

Ebbene tutte queste citazioni ripercorrono il territorio della antica Confederazione delle città Etrusche, esaltando in particolare la qualità e quantità di luoghi di estrazione e lavorazione di Castellina Marittima e Volterra.

Nell’interessante volume “Castellina Marittima, il suo territorio, il suo popolo”, a cura dell’amministrazione comunale di Castellina (testi di Giampiero Palmieri e Renzo Orlandini), si legge che:

Nel Medio Evo l’impiego dell’alabastro decadde quasi del tutto: rarissimi sono i reperti dell’epoca medievale che ci sono pervenuti.

L’uso dell’alabastro riappare a Volterra, anche se molto limitato, intorno al XVI secolo; infatti in questo periodo nelle botteghe volterrane veniva introdotto l’uso del tornio per la creazione di manufatti di alabastro, ma la struttura produttiva appariva ancora composta da un artigianato allo stato embrionale, con attività isolate e di modesta entità.

Un vero e proprio boom iniziò nel 1600 con il passaggio dalla lavorazione delle sole opere artistiche a quello dei prodotti di arredamento da lanciare sul mercato. La struttura produttiva registrò una espansione nel 1700 (da relazione granducale risulta che nel 1780 a Volterra vi erano 8-9 botteghe artigiane) per poi allargarsi enormemente verso la fine del 1700, quando la produzione dell’alabastro raggiunse livelli di notevole pregio e la sua fama si estese per il mondo.

Un volterrano, Marcello Inghirami Fei, che seppe unire, ad un eccezionale talento artistico, un notevole intuito per gli affari e grandi capacità organizzative, sfruttò di più i giacimenti sotterranei di Castellina Marittima che producevano una varietà di alabastro di incomparabile bellezza, allestì impianti di lavorazione dai quali sarebbero usciti manufatti di notevole pregio destinati in gran parte all’esportazione.

Inoltre, tale illustre personaggio, ebbe il merito di creare una scuola-laboratorio dove più di 100 allievi lavoranti potevano apprendere, sotto la direzione di abili maestri italiani e stranieri, l’arte della lavorazione dell’alabastro.

Nel primo trentennio del 1800 i laboratori si svilupparono a dismisura (nel 1830 se ne contavano più di 60) ed anche le cave di Castellina ebbero un notevole sviluppo. In questo periodo imprenditori, alabastrai e proprietari di laboratori aprirono nel circondario di Volterra ed a Castellina Marittima nuove cave di alabastro.

Uno scritto di E.Fiumi riporta che, già nel 1816, un tal Zito aveva in affitto una cava di alabastro a Castellina Marittima, proprietà Ciampolini ed un’altra, “la Maestà”, sempre proprietà Ciampolini fosse affidata ad un certo Callai.

[…]

Da altri documenti, datati 1831, risulta che tali Prospero Bartolini e Giuseppe Chierici, presero in affitto, in località “Gesseta” di proprietà di Domenico Orlandini del fu Giovan Vincenzo Orlandini della Castellina, un terreno nel quale fu aperta una cava di alabastro.

Nel 1840 si contavano nel Comune di Volterra, 8 cave di alabastro (Ulignano, Scopicci, Casalino, Sant’Anastasio, Gesseri e Torricella, Monteterzi, Palagione e Rocca, Mazzolla), e altre 27 nel circondario (di cui 13 a Castellina Marittima con 81 cavatori) e 14 laboratori, con l’impiego di 189 persone.

Intorno al 1911, per le industrie estrattive, si riscontrano le seguenti ditte:

  • Rossi Ciampolini con circa 100 operai.
  • Rossi Ciampolini con circa 100 operai.
  • Conti Consani e C. con circa 130 dipendenti.

L’estrazione della pietra dalle cave di Castellina Marittima ha origini molto remote; tale estrazione avveniva, come dimostrano testimonianze e contratti, da imprenditori, per lo più volterrani, che prendevano in affitto una cava dai proprietari di Castellina.

Successivamente gli stessi proprietari iniziarono direttamente l’estrazione: infatti nel 1923 tre sono le ditte impegnate nell’estrazione dell’alabastro:

  • La Società Anonima Marmolaio, con sede in Pisa.
  • La Società Anonima Castellina, con sede in Livorno.
  • La ditta Eredi Avv. Rossi-Ciampolini.

Dopo l’ultima guerra le ditte impegnate nell’estrazione dell’alabastro erano le seguenti:

  • La Società Cooperativa Escavatori di Alabastro, sorta nel 1945, con sede in Castellina M.ma e creata da tutti i lavoratori che operavano nel settore dell’estrazione;
  • La Immobiliare Agricola Industriale Marmolaio SpA, con sede in Volterra.

Negli anni 1970-80 sorse il Consorzio per la Ricerca, l’Escavazione e la Commercializzazione dell’alabastro: esso aveva il fine di assicurare il costante approvvigionamento della materia prima della qualità più pregiata, nonché la commercializzazione.

Questo Consorzio condusse nella zona di Castellina Marittima sondaggi in profondità per reperire nuovi banchi da sfruttare.

Tali sondaggi permisero l’apertura di una nuova cava sotterranea in località Le Badie dove, a varia profondità, fu trovato l’alabastro e, secondo esperti locali, in notevole quantità e di quello assai pregiato. L’apertura purtroppo durò poco tempo e dopo varie vicissitudini fu definitivamente chiusa senza grande estrazione.

Al presente non esistono, nel territorio di Castellina Marittima e nei comuni vicini, cave di alabastro aperte; di fatto la millenaria attività estrattiva dell’alabastro, fonte di vita per decine di generazioni, è così terminata.”

L’ECOMUSEO dell’ALABASTRO di CASTELLINA MARITTIMA

Nel centro dei Castellina Marittima, a due passi dal Municipio, c’è la sede dell’Ecomuseo dell’Alabastro, da poco reso nuovamente fruibile per i visitatori, grazie ad un eccellente lavoro e collaborazione fra il Comune e l’Associazione Astrea.

Il Museo si sviluppa al piano terreno, mentre al primo piano c’è una mostra fotografica. Il percorso museale si sviluppa sulla storia dell’escavazione dell’alabastro e della sua lavorazione.

L’Ecomuseo dell’Alabastro è un museo ambientale che ripercorre il percorso della pietra dalle cave di Castellina Marittima e Santa Luce fino alla sua produzione e commercializzazione a Volterra.

La gestione dell’Ecomuseo è affidata all’Associazione ASTREA, che ne cura la valorizzazione e la promozione del patrimonio storico, culturale e produttivo legato all’alabastro.

L’ecomuseo custodisce documenti fotografici e reperti storici che accompagnano il percorso immersivo nella vita delle cave di alabastro e della comunità che si è formata intorno a loro. La VISITA GUIDATA dei volontari di ASTREA offre ai visitatori un’esperienza narrativa e sensoriale coinvolgente (su richiesta anche in inglese e in tedesco).