Al 1° gennaio 2026 il comune di Castellina Marittima aveva 1.948 residenti (980 maschi e 968 femmine) (fonte: ISTAT Geodemo).
Il territorio comunale si estende su di una superficie di 45,6 chilometri quadrati (4.560 ettari) e ha una altimetria che oscilla dai 18 mestri ai 655 metri sul livello del mare. Il centro abitato si trova a 370 metri sul livello del mare.
La densità della popolazione è quindi di 42,74 abitanti per chilometro quadrato. La densità media della Regione Toscana è di 159 abitanti per kmq a fronte di una superficie complessiva della regione di 22.987 Kmq e una popolazione di 3.659.222 abitanti (fonte: ISTAT Geodemo. Dati al 1.1.2026)
Come molti altri comuni della Toscana ha assunto la specifica di Marittimo (Rosignano Marittimo, Casale Marittimo, Massa Marittima, ecc.) attribuita ai pastori transumanti che dall’Appennino scendevano verso la costa e la Maremma per far svernare le greggi. Dopo il lungo viaggio, da questi comuni, i pastori vedevano il mare e quindi attribuivano al paese la definizione di “Marittimo”, anche se il centro abitato è distante qualche chilometro dal mare.
Il Dizionario Geografico-Storico della Toscana, compilato da Emanuele Repetti intorno al 1832 e il 1846 scrive profusamente di Castellina Marittima, sia dal punto di vista storico, che da quello demografico.
Dato che le informazioni che ci mette a disposizione il Repetti sono molto interessanti, anche se di quasi due secoli fa, abbiamo deciso di riportarle integralmente per un buon inquadramento storico del territorio e la storia di questo Comune.
“CASTELLINA MARITTIMA in Val di Fine.
Castello capoluogo di Comunità con chiesa arcipretura (S. Giovanni) nella giurisdizione del Vicariato di Rosignano, Diocesi e Compartimento di Pisa.
Risiede in collina sulla faccia occidentale dei poggi che scendono da Monte Vaso verso il littorale di Vada, nel grado 28° 13’ di longitudine, 43° 25’ di latitudine; 6 miglia toscane a ponente di Rosignano; 28 miglia toscane a settentrione-maestrale di Pisa, altrettante a maestrale-ponente di Livorno per la via rotabile di Collesalvetti, da cui è sole 19 miglia toscane distante per la traversa dei Monti Livornesi.
Il paese è piantato fra le rocce di galestro rosso, della qual pietra sono costruite le private abitazioni e le mura del castello. Qust’ultimo è collocato nel posto più eminente, che serviva di palazzo pretorio quando nella Castellina risiedeva un giurisdicente feudale. Il poggio superiore al paese è detto della Cerreta, perché era coperto da una folta boscaglia di cerri e di lecci innanzi la legge Leopoldina che allivellò i boschi comunali ai particolari per dar vita all’industria agraria e convertire in piccoli possidenti e coltivatori in proprio tanti sudditi avviliti o miserabili vassalli.
Il quadro statistico della sua popolazione qui appresso riportato, da sé solo, e senza equivoco manifesta a chi, e a quali tempi la Castellina debba la sua prosperità.
L’origine della Castellina è ignota, per quanto la contrada indichi da alcuni ipogei Etruschi scoperti poco lungi da questo Castello di essere un luogo abitato in epoche assai remote. – Non ostante ciò, non sappiamo altro della Castellina se non che, nel 1276, fu venduta ai Pisani da un
conte Ildebrandino, che il Troce crede della consorteria dei conti Aldobrandeschi di Sovana, piuttosto che della Gherardesca.
Vi signoreggiava infatti uno di questi ultimi (il conte Ugo di Giovanni detto Bacarozzo), quando egli ribellò nel 1345 alla Repubblica di Pisa gli abitanti della Castellina, siccome fecero rispetto agli altri paesi della Maremma pisana i di lui fratelli.
Ben presto però le popolazioni stesse tornarono a prestare obbedienza al governo di Pisa; e vi si mantennero fedeli sino a che, nel 25 gennajo del 1406, la Castellina al pari degli altri luoghi delle colline e maremme pisane, dovè sottoscrivere la sua sottomissione alla Repubblica Fiorentina. In segno della qual sudditanza cedè ai conquistatori la proprietà del castello, ossia del pretorio, con l’annua offerta di un cero di dieci libbre per la festa di S. Giovanni.
La Castellina col suo distretto fu eretta in marchesato nel 1628 a favore del senatore Lorenzo de’Medici e suoi discendenti. In testa di uno dei quali, il marchese Francesco Maria de’Medici, fu rinnovata, nel 1738, la medesima concessione. In conseguenza di ciò la Castellina col suo territorio fu staccata dalla giurisdizione del Vicariato Regio di Lari per il criminale, e dalla potesteria di Peccioli per il civile. Formata residenza di un vicario feudale col titolo di commissario, questi vi esercitò giurisdizione baronale sino a che il paese venne restituito alla giurisdizione del Vicariato Regio di Lari per il criminale, mentre per le cause civili e di danno dato si assegnò al potestà di Chianni, sino a che nel 1833 la Castellina fu destinata per l’una e l’altra giurisdizione al nuovo Vicario Regio di Rosignano.
Ebbe la Castellina i suoi statuti, fra i quali esistono alle Riformazioni di Firenze quelli redatti li 13 aprile 1545.
Oltre l’antica diruta chiesa parrocchiale posta non molto lungi dal paese, ne fu costruita posteriormente una seconda sulla piazza della Castellina, dedicata a S. Salvadore, e disfatta sul declinare del secolo ultimo decorso. (XVIII n.d.r.)
La parrocchia della Castellina era filiale della pieve di Pomaja (oggi nel comune di Santa Luce – vedi – n.d.r.), innanzi che venisse eretta in arcipretura. Lo che pare che accadesse sotto il primo marchese Lorenzo dei Medici, a cui si deve l’opera del battistero consistente in un’urna di marmo con l’arme del feudatario, sotto alla quale leggesi la seguente iscrizione.
– Are illmi. D. Laur. Med. March. Cast. A. D. MDCXXXI. Tempore Barth. Princivalli Archipres. –
La chiesa attuale, a croce latina con cinque altari, fu edificata sul principio del secolo XVIII e ultimata nel 1709. Fra i monumenti religiosi di maggiore antichità, spettanti al territorio della Castellina sono gli avanzi dell’antico monastero dei SS. Salvadore e Quirico a Moxi, ossia le Badie. – Vedere BADIE (le DUE).
Comunità della Castellina Marittima. – Il territorio di questa Comunità ha una superficie di 13.311 quadrati (secondo le unità di misu8ra utilizzate in Toscna nel Medioevo e nel Rinascimento, il “Quadrato” corrispondeva ad una superficie di 3.406,1 metri quadri – un ettaro = 2,9358 Quadrati – n.d.r.), 200 dei quali sono occupati da corsi d’acqua e da pubbliche strade.
Vi stanziava nel 1833 una popolazione di 1284 individui, a ragione cioè di 80 abitanti per ogni miglio quadrato di suolo imponibile.
La figura iconografica di questo territorio è quadrilunga.
Essa ha i due lati maggiori voltati a scirocco e maestrale, mentre coi lati minori guarda a grecale e libeccio, ed è quasi per ciascuno dei 4 lati a contatto con altrettante Comunità.
Dalla parte superiore del poggio della Cerreta, verso grecale, confina con la Comunità di Chianni, a partire dal confluente del fosso del Confine nel torrente Marmolajo sino alla sua sorgente, che è presso la cima del monte. Da quella sommità per la schiena del poggio scende fino al botro alle Donne.
Varcato il quale subentra la Comunità di Riparbella, fronteggiando con essa per breve tratto dal lato di levante mediante il borro del Malconsiglio, che presto abbandona per volgere la fronte a scirocco dopo aver formato un angolo rientrante verso la strada di Monte Catini sino al termine Rosso. Da questo punto di piaggia in piaggia si dirige incontro al borro dell’Acquelta, che attraversa presso la via che conduce al Terriccio, e di là al ponticino del Tripesce dove trova la strada Emilia.
Costà cambiando direzione si presenta dal lato di libeccio la Comunità di Rosignano, con la quale percorre due buone miglia per la strada Emilia, passando dall’osteria del Malandrone, dal ponte del Gonnellino e da quello nuovo di marmo che cavalca il torrente Marmolajo, sino a che, arrivato al ponte di Fine, lascia la strada Regia maremmana, e voltando faccia verso maestro entra nel borro di Canale.
Alla confluenza del fosso de’Diacci termina la Comunità di Rosignano, e sottentra dal lato stesso quella di S. Luce, con la quale gira dietro alla collina di Valiperga, e di là scende nell’alveo del Marmolajo, col quale torrente ritorna sul poggio della Cerreta, passando presso la pieve di Pomaja, sino a che al confluente del borro del Confine ritrova la Comunità di Chianni.
Scorrono per il territorio della Castellina, sulla schiena del monte della Cerreta volta a levante, il botro alle Donne e quello del Malconsiglio, che sono i primi tributaj della Sterza di Val d’Era. Acquapendono verso ponente nel mare i fossi dei Mulini o del Maceratojo, di Cellorsi, di Acquelta e del Tripesce, i torrenti Gonnellino, Pescera e Marmolajo. Questi ultimi due che hanno un più lungo corso dentro la stessa Comunità raccolgono per via molti canali e piccoli borri, talchè riescono i più copiosi d’acqua di tutti gli altri torrenti di questo territorio. Il Pescera nasce sul poggio di Verruca posto sotto la Castellina, l’altro dalla cima del monte della Cerreta sul confine settentrionale del territorio in questione.
Rispetto alla qualità delle rocce dominanti in questa Comunità, esse variano di struttura, di elementi e di formazione quasi ad ogni spanna, comecchè dal lato di maestro lungo il torrente Marmolajo preponderi la calcarea-argillosa, tra cui emergono, oppure si nascondono, da un lato le rocce serpentinose e dall’altro l’alabastrite.
A levante della Castellina sul confine di Chianni lungo la cresta, e dietro i monti, dove nasce il torrente Sterza, apparisce in maggior copia fra l’alberese e il galestro un gabbro di color verde nero.
Di questa stessa qualità è il monte della Verruca fra la Castellina e le Badie, mentre l’alabastrite si escava fra i torrenti Pescera e Marmolajo, un miglio circa a ponente del capoluogo.
Sonovi diverse cave più o meno estese, alcune delle quali tracciate orizzontalmente disposte a gallerie da lunga mano abbandonate, altre verticali e profonde in attuale lavorazione.
È nelle rilucenti pareti di quest’ultime sostenute da pilastri della stessa roccia dove si manifesta più apertemente la disposizione e giacitura dell’alabastrite (solfato di calce), di cui sono formate.
Allorchè, onorato dalla compagnia di generoso cavaliere cultore delle scienze naturali, potei visitare nel dì 1 maggio 1832 queste cave, mi parve di vedere il terreno marnoso che le nasconde disposto per strati diretti da levante a ponente con un’inclinazione di circa 25 gradi da settentrione a ostro e con la testata volta a grecale.
Simili strati sono più o meno attraversati da filoni di varia potenza e direzione consistenti in solfato di calce laminare e gessoso. Tali filoni, piuttosto che strati, si presentano in forma di cono, i quali si assottigliano in guisa che vanno a perdersi fra la roccia marnosa.
L’alabastro traslucido (solfato di calce gessoso) trovasi costantemente racchiuso fra i suddescritti filoni in forma di nodi o di rognoni, nodi, che i cavatori con giusta espressione chiamano ovoli, dall’assomiglianza della loro figura con quella del fungo di tal nome, e che restano subalterni al gesso cristallizzato, volgarmente detto specchio d’Asino (solfato di calce laminare).
La quale ultima varietà di gesso suol comparire costà o sotto forma di cristalli nitidissimi e lucenti, oppure misti a una terra cretosa di color grigio, che gli rende sudici e semi-opachi.
Allora quando il gesso perde l’aspetto laminare e diviene granoso, è uno dei segnali più sicuri ai cavatori per dirigere i loro lavori, onde estrarre dalle viscere di quel terreno i rognoni di alabastro. Escavati questi e rimondati che siano dall’intonaco cristallino e terroso, si spediscono
a Volterra e all’estero per le vie di Livorno o di Montecatini di Val di Cecina.
Né io credo che debba tacersi per la storia fisica di questo territorio una sorgente di acqua tartarosa che limpida e copiosa scaturisce nei poggi superiori alle cave di alabastro presso un borghetto vicino alla Castellina.
Essa fonte, che da al borghetto il nome di Papacqua, allorchè cade per balzi sopra piani inclinati, in breve ora è suscettibile di incrostare di tartaro (calcarea concrezionata) le cose che tocca e le pareti dei canali dove passa, mentre limpida si mantiene nei luoghi in cui si ferma o nei vasi nei quali si raccoglie e riposa; siccome innocua a beversi comunemente si adopera da quegli abitanti.
Rispetto alle produzioni agrarie del territorio della Castellina, vanno esse di anno in anno aumentando. – Era presso che tutto abbandonato a sodaglie, a pastura, e a bosco quando questo terreno sotto i nomi odiosi di Bandite e Banditelle era proprietà del Comune, dei monaci, o di altre manimorte subentrate nei diritti delle due Badie.
L’enfiteusi dei beni comunitativi, se da un lato cagionò la distruzione di una gran parte delle foreste che rivestivano il monte della Cerreta, dall’altro canto diede vita a nuove colture e a tante famiglie che prima languivano fra l’inerzia e la miseria.
Arroge (La voce arrògere sul Vocabolario Treccani è un verbo transitivo antico e difettivo che significa aggiungere e, con valore avverbiale di “per di più, inoltre” e deriva dal latino arrogare. Ndr) a ciò la vasta tenuta del Terriccio acquistata da un intraprendente e ricco proprietario; la Banditella del Daiconato (Diaconato ? ndr) di Pisa, quella dell’Arcidiaconato, provenienti dalle due Badie, e ora suddivise tra molti affituarj laboriosi; le mandre delle bestie pecorine rese stazionarie, aumentate di numero, e migliorate di prodotti per qualità di pastura, più sani fontanili e più frequenti luoghi di ricovero; la libera estrazione dalla Toscana dell’alabastro greggio, sono altrettante cause che possono aver influito finora alla prosperità di questo paese e della sua popolazione quasi triplicata nel breve giro di 40 anni.
Non ostante ciò la Castellina è in grado di migliorare sempre più la sua sorte; essendo che il di lei territorio conserva ancora troppa superficie incolta, sterile e occupata da macchia bassa di sondri, di ginestre, di albati, e da sterpeti; precipuamente sul monte della Cerreta, dove non trovano sennonchè una stentata pastura le bstie a piè fesso o i volatili; mentre potrebbe rivestirsi dell’utilissima pianta del castagno, che troppo scarsa si vede in un terreno, come questo alla sua nutrizione adattato.
Arroge che troppo dannose riescono alla sementa le acque piovane o quelle dei borri che variano corso a capriccio in mezzo ai campi e a piaggiate irregolari e scoscese; e atteso che resta ancora da desiderarsi una migliore qualità di vitigni e di piantonaje di ulivi in un suolo assai confacente a questi due frutti; là dove abbisogna una maggior copia di prati artificiali per surrogare al bestiame vagante, o brado, quello domestico più proficuo al mezzajolo e al padrone del suolo.
Le aumentate coltivazioni, i corsi d’acqua ben diretti sino al mare saranno per recare un benefizio anco più importante all’umana economia di questa contrada, tosto che fia tolta la stagnazione e la promiscuità dell’acqua marina con la terrestre nei lazzi e paduline lungo la marina di Vada.
Con il regolamento del 17 giugno 1776 per l’organizzazione delle Comunità del contado Pisano, fu stabilito che quella della Castellina si componesse della sola parrocchia di questo castello, la quale abbraccia le tenute del Terriccio, di Valiperga, delle Badie e di Farsica.
La Comunità della Castellina mantiene un medico-chirurgo e un maestro di scuola.
Risiede nel capoluogo la sola magistratura civica, il suo tribunale e la cancelleria comunitativa sono in Rosignano.
L’Ufizio di esazione del Registro è in Lari, la conservazione delle Ipoteche in Livorno, e la Ruota a Pisa.
POPOLAZIONE della Comunità della CASTELLINA MARITTIMA a cinque epoche diverse:
– nell’anno 1551: abitanti n° 284
– nell’anno 1745: abitanti n° 380
– nell’anno 1773: abitanti n° 382
– nell’anno 1794: abitanti n° 514
– nell’anno 1833: abitanti n° 1284”
Dunque il Repetti ci racconta delle frazioni, dei corsi d’acqua, dei confini e degli abitanti che a quei tempi caratterizzavano il territorio di Castellina Marittima, aggiungendo la definizione geografica “in Val di Fine”.
Il ramo cadetto de’ Medici della Castellina-Tornaquinci
Il Repetti riporta anche alcuni alberi genealogici di famiglie nobili della Toscana, come i Marchesi Malaspina della Lunigiana, i Marchesi Bianchi di Massa-Pallodi-Livorno, Il Marchese Uberto, secondo la legge Salica, fino al marchese Ugo di Toscana (n.953-4 – m.1001), dei Conti Cadolingi di Fucecchio e di Settimo, Conti Guidi di Modigliana di Legge Longobarda, dei Conti della Gherardesca da Gherardo I verso il 960 fino alla morte dell’infelice Conte Ugolino (1288), dei Conti Aldobrandeschi di Soana e Santa Fiora di Legge Salica, e altri, ma non fa cenno né alla dinastia Medicea (vedi articolo e albero genealogico completo della famiglia de’ Medici) e quindi nemmeno a quel ramo che ha assunto il nome di Medici Tornaquinci Marchesi della Castellina, dei quali si allega una sintetica tavola genealogica.
Il ramo cadetto dei Medici della Castellina-Tornaquinci è un ramo secondario della famiglia fiorentina de’ Medici, che deriva dal cosiddetto ramo dei Medici di Cafaggiolo, ed in particolare da uno dei sei figli di Averardo di Averardo de’ Medici (n. 1270 ? – m. 1318-19) che si chiamava Giovenco del quale si conosce solo la data della morte, risalente al 1320.
Da qui è nota le genealogia fino a Antonio di Lorenzo, canonico fiorentino, che estinse il ramo nel 1705. Il titolo nobiliare viene attribuito ad una ramo collaterale che nel 1790 assunse il cognome Tornaquinci (dal matrimonio avvenuto nel 1720 fra Francesco di Francesco e Margherita Tornaquinci).
Dalle pagine internet della famiglia de’ Medici (ramo di Ottajano), nell’articolo “Leggi di Famiglia e spettanza della primogenitura dinastica”, viene specificato che:
“Giuliano de’Medici Tornaquinci, 15° Marchese della Castellina, nato nel 1946 e morto nel 2023 e residente nel corso della propria vita a Roma in Via Venanzio Fortunato, poiché non risiedette a Firenze con la propria famiglia, non poté mai godere della primogenitura dinastica né far parte della Casa Granducale. Inoltre i suoi discendenti non potranno mai godere della primogenitura dinastica né divenire Capi della Casa Granducale Medicea, fintanto un discendente maschile diretto o agnato collaterale di S.A.R. il Granduca Ottaviano che resterà a vivere a Firenze. In ogni caso i Medici Marchesi della Castellina non sono il ramo più prossimo agnato alla estinta linea Granducale di Cosimo primo, così come chiaramente si dimostra nell’albero genealogico ufficiale redatto nel 1711 per conto di Cosimo 3 dall’Antiquario Regio Mariani, ora custodito presso l’archivio di Stato di Firenze.”
E qui si chiudono le contese dinastiche fra i rami cadetti della famiglia de’ Medici il cui ramo principale, com’è noto, si estinse con Anna Maria Luisa de’ Medici, principessa elettrice del Palatinato (o elettrice Palatina), che morì a Firenze il 18 febbraio 1743, solo sei anni dopo l’ultimo Granduca di Toscana mediceo che era Gian Gastone de’ Medici che morì l’8 luglio 1737.

Albero genealogico della famiglia Medici del ramo Castellina-Tornaquinci
Il Comune di Castellina Marittima sul sito ufficiale, invece, si presenta così:
“LA STORIA
Nell’antichità
Il paese è incastonato tra le rocce di galestro rosso, con la qual pietra sono costruite le abitazioni private ed il Castello, ubicato nel luogo più eminente, ed adibito a Palazzo Pretorio. Sopra l’ingresso del Castello è situata l’arma Medicea: sei palle sormontate da tre stelle in gonfolina con la scritta COSM D il die P.AGOS M565.
Il Repetti noto storico della Toscana, avanza l’ipotesi che Castellina sia di origine etrusca. Ciò si desumerebbe anche dalla tecnica con cui si scava l’alabastro nelle cave che si trovano nella zona. “
Nel Medioevo
Già intorno all’anno ‘900 l’esistente ed intensa attività di compravendita nel territorio di Castellina, è comprovata da numerosi atti notarili, conservati negli Annali Pisani.
Siamo certi che nel 1200 Castellina si costituì in Comune (da Statuto scritto su pergamene che esisteva negli archivi comunali ed oggi smarrito).
Sappiamo che nel Medioevo fu un forte Castello, sia perché vicino alla costa, come retroguardia a quello di Rosignano M.mo, sia perché dalla sua altura si poteva agevolmente dominare l’importante strada della Via Emilia.
Notizie molto più sicure le abbiamo intorno al XIII sec.; infatti sappiamo con certezza che nel 1267 la Repubblica di Pisa acquistò il Castello da Aldobrando che apparteneva alla Consorteria dei Soana (nel grossetano).
In quel periodo in Castellina, vi ebbero possedimenti i Conti della Gherardesca ed i conti di Strido. Nel 1345 signoreggiava in Castellina, tale Ugo di Giovanni della Gherardesca detto Bacarozzo, Conte di Montescudaio e Vicario di Pisa per la Maremma, il quale ribellò gli abitanti di Castellina alla Repubblica di Pisa, così come fecero i suoi fratelli in altri paesi della Maremma.
La ribellione non durò molto e Castellina ritornò sotto La Repubblica di Pisa fino al 1406. Il 25/10/1406, Castellina insieme alle altre contrade pisane, fu sottomessa alla Repubblica Fiorentina ed in segno di sudditanza, cedette ai conquistatori il Castello, con l’offerta annuale di un cero di 10 libbre per la festa di S. Giovanni del 24 giugno.
Sotto Firenze Castellina ebbe statuti propri, come si può vedere presso l’Archivio di Stato di Firenze e l’Archivio Arcivescovile di Pisa, dove sono ancora visibili gli Statuti di Castellina dal 1522 al 1584.
Epoca Granducale
Durante la sua reggenza (1621-1627), Ferdinando II eresse Castellina (17/3/1628) in marchesato, concedendo il Castello in feudo al Signor Lorenzo De’ Medici; durante questo periodo si ebbe la peste. Moltissime furono le vittime anche in Castellina.
I marchesi di Castellina discendevano da uno dei rami più antichi dei Medici, quello di Giovanni dei Bicci (1360-1429). Questa la successione della famiglia: Lorenzo (1587-1656), Raffaele (1656-1677), Antonio (1677-1715).
Alla morte di Antonio il marchesato tornò ai Medici regnanti; tuttavia risulta che i privilegi siano stati trasferiti ad altri (nel 1738 in favore del marchese Francesco Maria de’ Medici, cui seguirà Cosimo, poi Aldobrando). Un titolo poi è stato ereditato dai Medici Tornaquinci che come marchesi di Castellina sono iscritti nell’albo d’oro della nobiltà italiana e nell’elenco ufficiale della suddetta del 1934. Durante il Granducato di Leopoldo II (1824-1859), si verificò nella provincia di Pisa (14 agosto 1846) un violento terremoto. Anche Castellina fu colpita, non si rammentano morti, ma solo danni alle abitazioni.
Epoca Risorgimentale
Scoppiano in Italia i primi moti irredentisti. Castellina fornì un discreto contingente di volontari alle guerre di indipendenza del 1848 e del 1859. Essa fu uno dei primi paesi a piantare l’albero della libertà ed uno degli ultimi ad abbatterlo.
Il 28 Aprile 1859, giorno successivo alla cacciata dei Lorena, il paese fu tutto in festa e fu uno dei primi ad innalzare il tricolore.
L’11 e 12 Marzo 1860, anche a Castellina vi fu il Plebiscito per decretare l’annessione della Toscana al Piemonte.
I risultati della votazione furono i seguenti:
- 247 voti per l’Unione con il Piemonte
- 8 voti per il regno
- 6 voti nulli”
https://www.comune.castellina.pi.it/vivere-castellina/la-storia/5704
Le pagine internet di “Costa degli Etruschi”, invece, riportano queste informazioni:
“La rossa del Castello
Fantasma, io? I fantasmi sono bianchi e si trascinano dietro il clangore dei loro catenacci. Io ho un mantello rosso vermiglio, invece, appena un tono più acceso di questi miei capelli ricci.
È vero, me ne sto nel Castello Mediceo da molto tempo ormai, la Dama del Maniero mi chiamano, ma non ho mai voluto spaventare nessuno. Neppure quando mi aggiro di notte, fra i vicoli del borgo, ho intenzioni cattive: me ne vado solo un po’ a spasso prima che rinasca l’aurora.
Eppure questo sarebbe un posto così bello da vivere col sole! I boschi sopra strada, il mare all’orizzonte, i lampi gialli dei campi che digradano fino a valle… ricordo qualcosa, a tratti, di quando ero in vita. Nondimeno, adesso e da tanti anni, veglio su questo paese dall’alto della mia terrazza: i tetti delle case… un embrice e un tegolo, un embrice e un tegolo… la gente che è passata, passa e passerà da questa piazzetta, il Museo dell’Alabastro.
Questo mi rammenta dei cavaioli che camminavano all’alba verso la cava, ognuno con l’acetilene in mano, tante fiammelle a rischiarare la strada. Poveretti, tutto il giorno a picconare le viscere della terra per estrarre l’alabastro. Tutto il giorno al buio, come li capisco. E invece questo è un luogo così bello da vedere sotto la luce del sole… oh, eccolo che spunta! Devo rientrare, ma tornate a trovarmi. Venite col sole, che è tutto più bello. Al calar della sera, vi troverò io.
Natura e attività all’aria aperta
Poco distante dal mare, un clima mite, un paesaggio di ulivi, viti, grano, cipressi, macchia mediterranea: Castellina è un piacevole luogo di collina che poggia su rocce di galestro rosso, materiale con cui sono costruite le abitazioni e il castello. Le origini sono incerte: alcuni storici parlano del periodo etrusco facendo riferimento ai sistemi di estrazione dell’alabastro. Certo è che nel Medioevo il suo castello ebbe un’importanza strategica particolare per la vicinanza alla costa, in quanto retroguardia di Rosignano Marittimo e punto di controllo della via Emilia che dominava dall’alto.
Nella zona si trova un ampio bacino gessifero disposto a banchi sovrapposti, di alto spessore, è qui che si è formato un alabastro puro e pregiato: il Bianco di Castellina, la cui storia si può seguire con una visita all’Ecomuseo dell’alabastro. Per chi ama le passeggiate o le escursioni in bicicletta, Castellina offre tutta una serie di percorsi in mezzo alla natura o, seguendo la Strada del Vino Costa degli Etruschi, l’incontro con una produzione di alto livello. È questa la terra delle olive macinate con la mole di granito e della Sagra della cucina povera fatta di piatti tradizionali e di sapori genuini, ma anche del festival di Musica Wiva, importante vetrina per band musicali emergenti.
Informazioni turistiche
Ufficio Relazioni con il Pubblico: tel. +39 050.694111
castellinamarittima@costadeglietruschi.eu”
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